
Non è un monito, non è un modo per farsi forte delle parole di altri e immergersi in una vasca di falsa modestia. L'autostima è un bluff, è facile da contorcere a proprio piacimento. Ci amiamo troppo anche quando ci facciamo schifo. L'immagine che abbiamo di noi stessi è la stessa che propiniamo agli altri, ma in un angolo buio come un bambino spaventato ti nascondi dal mondo, dal mostro che hai creato e t'impersona in questo spettacolo da quattro soldi che hai tirato su in tutta fretta, e che ti ostini a chiamare "la mia vita".
..."Mia". Non c'è cosa che m'appartenga di meno della stessa vita. Vi hocucito sopra delle illusioni, per renderla più comoda da indossare. L'illusione di amare e di essere amato. L'illusione di contare qualcosa e credere. Credere che sarebbe arrivato anche per te il giorno in cui dalla cima di una montagna avresti potuto urlare al mondo il tuo - esisto - , e sentire invece qualcuno che ti batte sulla spalla mormorare col tono di un impiegato delle poste: "...avanti un altro".
Illusioni. Sono come sigarette. Le spegni prima che finiscano da se. Per evitare il sapore amaro che altrimenti ti lasciano in bocca, e per poter dire che le butti via perché non ne hai più voglia quando sai benissimo che non puoi fare altrimenti. Sto finendo il pacchetto delle illusioni. E il prezzo continua a salire, merda!. Tra un po’ non potrò più permettermele.
Sono in differita. Ma non è un periodo, è una vita in differita.
Nato un giorno prima del giorno giusto, forse per questo le cose mi capitano quando ormai è troppo tardi per afferrarle.
E tu sei il mio più gran rimorso. Dovevo prenderti al volo e stringerti, per non lasciarti più. E invece ti ho perso. E vivo la vita accontentandomi di queste briciole di temporanea sicurezza, quando nel profondo so che era meglio vivere in quella scatola di vetri rotti che era la nostra storia, protetti dalla sola ovatta del nostro affetto. Abbracciati, i corpi nudi avvolti in essa, aspettavamo il prossimo scossone curando l’uno le ferite dell’altro. Era doloroso, ma il dolore più grande è dover indossare ancora la propria armatura nascondendo le ferite ancora aperte. E andare avanti.
Solo del tempo che avanza non so accettare la sconfitta.
Ero bambino, avrò avuto undici anni. Inseguivo un grillo che saltava in alto. Ero in un campo di grano, quello dietro casa. Ho passato più tempo in quel campo che sui libri di scuola, se ci penso ora mi prende male. Tutta colpa del sole e del grano. Colpa del sole. Colpa del grano. Le spighe erano arbusti imponenti. Io ero un cacciatore e un grillo il mio leone. Ricordo l'aria afosa, la voce di mia madre che mi esortava a rientrare perché il sole delle tre d'estate fa male. Ma io restavo zitto e ascoltavo il grano e il canto assordante delle cicale. Se dovessi scegliere il mio limbo vorrei che fosse quello. Oggi non sento più niente e l'unica cosa che potrebbe farmi star meglio sarebbe tornare in quel campo di grano. Mi manca l'aria leggera di casa, quando c'era ancora tempo nonostante fosse già troppo tardi. Perché i vecchi del mio paese mi hanno insegnato che il sole e il grano sono tutto ciò di cui un uomo ha davvero bisogno. E in questa e in altre fredde città del nord in cui continuo a transitare, continuo a trascinare il mio fagotto di ricordi e speranze. Al sole e al grano aggiungo te e il tuo ricordo, tutto ciò di cui quest'uomo avrebbe bisogno, per continuare il suo viaggio. Libero.
