

Le cause più comuni sono: mancanza di riposo, stress, ritmi di sonno irregolari.
Le paralisi nel sonno vanno distinte dalle illusioni ipnagogiche con le quali però possono accompagnarsi causando sensazioni particolarmente vivide e talvolta terrificanti.
E’ vero vostro onore: da piccolo accusai mia mamma di figlicidio.
Sento che prima o poi mi troverò a dire queste precise parole in un aula di tribunale.
E’ stata lei a riportarmi alla mente la storia del figlicidio…
... l'altro giorno al telefono.
- … lo sai che tua sorella non sta mandando le bambine all'asilo perchè gira una di quelle tre malattie?. Io le ho detto di non tenerle a casa perchè è meglio che le prendano ora quelle malattie lì..
- ???
- ma si quelle che tu ne hai prese due!
- Ma che cavolo stai a dì o Mà?
- Ma sii , come si chiama, la Rosalia.
- La RosOlia vorrai dire...
- Eh quella. Che tu l'hai presa da piccolo.
- No mamma, quella mi manca, io ho preso la varicella e gli orecchioni.
- ... ed il mordillo, gli orecchioni e pure la Rosalia.
- E si e la peste bubbonica e il morbo di kratzurkalì!!! Ma so’ figlio tuo o m'hai tirato via da un lazzaretto?
...
..
.
e comunque si dice MorBillo...
A questo punto ad essere onesto i flashback sono stati due e il primo non riguardava quelle malattie che è meglio prenderle da bambino ma un altra cosa piuttosto imbarazzante e riportatami alla mente dalle storpiature che da sempre mia mamma usa per condire il suo italiano.
Mi risparmierei volentieri dal raccontarvelo ma poi voi trattenete il fiato per protesta… già il più colto dei miei lettori è laureato in storia dell'aerobica, non è proprio il caso di peggiorare la situazione danneggiando ulteriormente la preziosa materia grigia...
Il primo flashback riguardava
...il Francoitalianese (versione switzerland plus©) che si parlava a casa mia.
Mia mamma, dovete sapere, partì da quel di Avellino alla conquista della Repubblica Svizzera dove visse per 6 anni. Quando tornò in patria il suo italiano non era più quello di una volta (il che sarebbe stato un bene se non fosse per il fatto che peggiorò ulteriormente).
Questo compromise il mio approccio alla lingua italiana e, una volta uscito di casa in età scolastica, ebbe gravi ripercussioni sulla vita sociale del piccolo scatterhead bambino (che solo in questa occasione chiameremo Scatterino).
Facciamo un gioco per spiegarci meglio, pronti?
Se vi dico "prendetemi la "Napp'", cosa vi sto chiedendo?
Un vassoio! (in francese plateaux). Il divano diventava il Futògl' (Feteuille) e così via…
Ecco, ora togliamo Scatterino dal contesto domestico e portiamolo a scuola con tutti i compagnucci e la Maestrina, e facciamolo parlare. Presa la cartellina con la merenda? Pronti?
"Maestra posso abbassare le STORNE che mi va il sole agli occhi?"
Dopo l'iniziale stupore della maestra ebbi l'esaltante esperienza di farmi spiegare il vero nome delle tapparelle difronte ad un intera classe di marmocchi. Se mi concentro posso ancora sentire le risatine malefiche dei miei compagnucci…
Rientrai a casa dandomi ripetutamente dello stolto (allora la censura di mia madre rispetto alle parolacce aveva ancora il sopravvento ed io ero costretto a rimpiazzare le parolacce vere con quelle di seconda mano che trovavo nella Bibbia. Ma questa è un'altra triste storia…).
Ecco, questo i primo flashback. Del secondo vi parlerò sempre qui ma domani, che riportare alla luce esperienze rimosse dal mio subconscio mi ha duramente provato.

(vorrei far notare che la maestra ha le gambe e le scarpe di juditta)
quelle malattie che è meglio prendere da bambino…
continua

In soffitta un vecchio baule sigillato da un lucchetto coperto di ruggine.
Sul baule un nome scritto col gesso dalle mani scheggiate di un bambino soddisfatto del suo lavoro, e tre iniziali aggiunte tempo dopo: con più decisione e meno freschezza.
Il giorno in cui aprii la botola e tirai giù le vecchie scale di ferro per riporre quel fagotto ingombrante,era il giorno della mia partenza, ed avevo nell'animo nostalgia del futuro. Qualche giorno prima uno scroscio di pioggia improvvisa si portò via l'estate con i suoi colori, ed ora l'odore dell' asfalto che per mesi era stato rovente, saliva fin lassù passando dalle piccole finestre rettangolari permeandone le stanze dall'intonaco corroso.
Da quella finestra, mentre poggiavo il mio baule, scorgevo una vecchia dai lunghi capelli bianchi che contava i suoi giorni sui grani antichi che le scorrevano nelle mani rinsecchite. Nella mie orecchie le sue preghiere, che non potevo sentire ma conoscevo a memoria, e nella mia testa una frase, che ripetevo ossessivamente come fosse un mantra:
"Da ciò che vuoi conoscere e misurare devi prendere congedo, almeno per un certo tempo. Solo quando avrai lasciato la città potrai vedere quanto alte si ergono le sue torri sopra le case."
Partii pochi giorni dopo lasciandomi tutto alle spalle...
Oggi.
Oggi ti ho pensato ancora.
La nostra storia è incisa su fogli conservati nel legno, bisbigliata alla carta alla quale testardamente, stupidamente se vuoi, mi incateno.
Quando torno in questa casa c'è un posto in cui non posso non fare ritorno. E' un posto fisico ma nel contempo un posto dell'anima. In quel posto c'è un albero di noce sotto le cui foglie passai le mie ultime estati solitarie. Quante lettere ti ho scritto da li? E pensare che la maggior parte di esse fino a ieri, ammuffivano in un baule dimenticato...
Ti ho pensato ed avevi il volto di allora, e la tua voce non era quella lontana ed acuta, di chi oggi al telefono ti racconta annoiato del suo ultimo viaggio. Sotto quell' albero di noce mi sono perso e ritrovato. Nel ventre di un ricordo si sgretolava il mio pensare ed il mio essere unito a me stesso.
L'amore, come un acido, nei giorni in cui ti conobbi intaccò la mia fede, l'ingenuità, la vulnerabilità. Mi fece perdere la verginità in tutte le sue accezioni fisiche e mentali. Generò il bisogno di partire, di abbandonare le poche sicurezze alle quali ero ancorato, per saltare nel baratro che mi faceva paura e che paura mi fa' tutt'ora.
E' triste dopo tanto tempo, capire che, in fondo, non sono ancora partito. Che dopo tutto questo trambusto, i chilometri, le urla, le parole irripetibili, le telefonate interminabili e gli insostenibili addii, tu sia ancora qui, e con te anch'io.
Ieri notte ho preso il baule e l'ho aperto. Tra le tante cose quella che mi ha colpito di più è stata una foto: un montaggio fatto da me al computer, di noi due che sorridiamo abbracciati. Era tanta la distanza, e tanto il tempo che ci separava, che non resistetti alla tentazione, ricordo tenero e patetico nel contempo.
Ecco, tu eri questo, e lo sei tutt'ora.
Un' immagine che io stesso ho ritagliato e mi sono incollato accanto.





































Da bambino costruivo aquiloni.
Per costruire un aquilone hai bisogno di poche cose: Spago, carta e delle canne per la struttura. Andavo in un canneto e sceglievo le migliori, quelle piccole, esili, leggere. Per poter volare bisogna evitare inutili pesi, una banale lezione di vita che impari in anticipo, a forza di tagliare e levigare.
Lì nel canneto ti scheggiavi le gambe ma non ci badavi tanto, cosa che poi rimpiangevi in lacrime quando la sera tua madre ti "medicava" le ferite con l'alcool etilico invece che con l'acqua ossigenata.
Perchè mia nonna diceva che disinfettava meglio e costava meno.
Quando l'aquilone era pronto e il vento abbastanza forte, prendevo la bici e mi dirigevo verso la collina più alta, un paio di chilometri da casa mia. Lasciavo la bici vicino al torrente, tiravo su i pantaloni e a piedi nudi entravo nell'acqua gelida. Quella collina potevo raggiungerla solo passando da lì.
Ripensandoci ora è bello essere cresciuti in un posto simile dove, ad appena dieci anni, potevi allontanarti da tutto e tutti senza chiedere il permesso a nessuno, neppure a tua madre.
Camminare tra l'erba e gli alberi di noce, dove il silenzio era rotto solo da canti di cicale e cinguettii di uccelli di ogni razza, dei quali mi ripromisi d'imparare i nomi ma che finì per non fare mai, crescendo.
La solitudine da bambino non è come quella che vivono i grandi, almeno quando sei tu a cercarla.
Ma questo secondo me è un concetto che la maggioranza dei bambini, di oggi e di ieri, non possono conoscere, per via di madri iperprotettive o di città opprimenti, dove alla fine i figli hanno lo stesso spazio che è concesso ad un cane quando lo porti al parco a fare i bisogni.
La società ci stà ingabbiando, ci stringe al collo guinzagli invisibili che crescono con noi e su di noi, e cambiano il concetto di libertà che è legato al nostro corpo. Non parlo di concetti astratti, di cose eteree. Parlo della castrazione che subisce la mente crescendo nel recinto innaturale della società moderna.
Gli spazi finiscono per restringersi anche nella nostra testa fino a che diminuisce il bisogno di uscire di casa, dal nostro ufficio, dai luoghi in cui "socializziamo", e a poco a poco ci abituiamo a vivere nello spazio vitale che occorre per piantare i piedi a terra e stare dritti in piedi e immobili.
Certo il fatto di avere avuto tanto spazio, tanta aria e tanto cielo quando ero piccolo, non significa niente in fin dei conti.
Quando la gabbia cade e ci finisci dentro il problema è lo stesso che hanno in molti, ovvero:
Quando però il tuo corpo ha la memoria del vento nelle orecchie mentre corri a perdi fiato giù da una collina, e un aquilone sta per alzarsi in aria legato ad uno spago che stringi in mano, la gabbia che ora fa da sfondo alla tua quotidianità è un contrasto troppo forte e il disagio che per molti può essere sopportabile, per te è davvero opprimente.
Non vorrei accontentarmi dell'aria che mi sono abituato a respirare in questi anni:
Io voglio il vento.
Ma temo che se anche ora mi mettessi a costruire un aquilone, per prima cosa lo riempirei di pesi inutili e, secondo, non avrei abbastanza spazio ne vento, per fargli prendere quota.
Tutta qui la tristezza di questi giorni, forse.


- A cosa pensi? - mi chiede.
- Alle formiche. Ai loro corpi privi di ossa. La vita è inevitabilmente meno dolorosa quando non puoi romperti o spezzarti -
Al prossimo rapporto voglio accellerare i tempi. Dovrà dirmi tutto d'un fiato quello che di solito ci sentiamo ripetere nel corso di mesi anni, di una vita:
"Io ti amo ti amo troppo ti amo ancora Non t'amo più."
Patetico.
La rima amore/cuore mi disgusta.
Non si può costruire un esistenza su delle parole, buone solo per canzonette o poesie.
La puttana è la donna perfetta. Ama tutti con lo stesso impeto e la stessa passione per poi ritrovarsi sola sotto la doccia e come in un rituale antico, purificarsi pur non avendo commesso peccato alcuno.
- Vorrei assecondare la mia irrequietezza e partire. Si diventa nevrotici a restar fermi.
Dio ha un formidabile senso dell'umorismo. Fosse anche autoironico sarebbe davvero perfetto. -

Non è un monito, non è un modo per farsi forte delle parole di altri e immergersi in una vasca di falsa modestia. L'autostima è un bluff, è facile da contorcere a proprio piacimento. Ci amiamo troppo anche quando ci facciamo schifo. L'immagine che abbiamo di noi stessi è la stessa che propiniamo agli altri, ma in un angolo buio come un bambino spaventato ti nascondi dal mondo, dal mostro che hai creato e t'impersona in questo spettacolo da quattro soldi che hai tirato su in tutta fretta, e che ti ostini a chiamare "la mia vita".
..."Mia". Non c'è cosa che m'appartenga di meno della stessa vita. Vi hocucito sopra delle illusioni, per renderla più comoda da indossare. L'illusione di amare e di essere amato. L'illusione di contare qualcosa e credere. Credere che sarebbe arrivato anche per te il giorno in cui dalla cima di una montagna avresti potuto urlare al mondo il tuo - esisto - , e sentire invece qualcuno che ti batte sulla spalla mormorare col tono di un impiegato delle poste: "...avanti un altro".
Illusioni. Sono come sigarette. Le spegni prima che finiscano da se. Per evitare il sapore amaro che altrimenti ti lasciano in bocca, e per poter dire che le butti via perché non ne hai più voglia quando sai benissimo che non puoi fare altrimenti. Sto finendo il pacchetto delle illusioni. E il prezzo continua a salire, merda!. Tra un po’ non potrò più permettermele.
Sono in differita. Ma non è un periodo, è una vita in differita.
Nato un giorno prima del giorno giusto, forse per questo le cose mi capitano quando ormai è troppo tardi per afferrarle.
E tu sei il mio più gran rimorso. Dovevo prenderti al volo e stringerti, per non lasciarti più. E invece ti ho perso. E vivo la vita accontentandomi di queste briciole di temporanea sicurezza, quando nel profondo so che era meglio vivere in quella scatola di vetri rotti che era la nostra storia, protetti dalla sola ovatta del nostro affetto. Abbracciati, i corpi nudi avvolti in essa, aspettavamo il prossimo scossone curando l’uno le ferite dell’altro. Era doloroso, ma il dolore più grande è dover indossare ancora la propria armatura nascondendo le ferite ancora aperte. E andare avanti.
Solo del tempo che avanza non so accettare la sconfitta.
Ero bambino, avrò avuto undici anni. Inseguivo un grillo che saltava in alto. Ero in un campo di grano, quello dietro casa. Ho passato più tempo in quel campo che sui libri di scuola, se ci penso ora mi prende male. Tutta colpa del sole e del grano. Colpa del sole. Colpa del grano. Le spighe erano arbusti imponenti. Io ero un cacciatore e un grillo il mio leone. Ricordo l'aria afosa, la voce di mia madre che mi esortava a rientrare perché il sole delle tre d'estate fa male. Ma io restavo zitto e ascoltavo il grano e il canto assordante delle cicale. Se dovessi scegliere il mio limbo vorrei che fosse quello. Oggi non sento più niente e l'unica cosa che potrebbe farmi star meglio sarebbe tornare in quel campo di grano. Mi manca l'aria leggera di casa, quando c'era ancora tempo nonostante fosse già troppo tardi. Perché i vecchi del mio paese mi hanno insegnato che il sole e il grano sono tutto ciò di cui un uomo ha davvero bisogno. E in questa e in altre fredde città del nord in cui continuo a transitare, continuo a trascinare il mio fagotto di ricordi e speranze. Al sole e al grano aggiungo te e il tuo ricordo, tutto ciò di cui quest'uomo avrebbe bisogno, per continuare il suo viaggio. Libero.
Vivo un sogno di sangue e terra
e lo tengo chiuso nel mio pugno sinistro.
Seduto al bordo di una strada fatta di pietra
ascolto il rumore della pioggia.
Non aprirò la mia mano perchè cadendo la pioggia
non lavi via il mio fango rosso.
Piuttosto lascerò che i miei capelli si bagnino
mentre nella mia gola implode un urlo
e nel mondo intero
a non rispondere
sarai solo tu
Chiuso nella mia mano
vive un sogno di sangue e terra.
Il sangue coagula
il fango torna polvere
e mentre la mia mano si svuota cado
chiedendomi se quando toccherò terra
i miei occhi saranno chiusi o aperti.
Senza polvere, senza peso
Giuro per i miei denti di latte
giuro per il correre e per il sudare
giuro per l’acqua e per la sete
giuro per tutti i baci d’amore
giuro per quando si parla piano la notte
giuro per quando si ride forte
e giuro per la parola non
giuro per la parola mai
e per l’ebrezza giuro, per la contentezza
Giuro che questa terra non sta per finire
giuro che io sento a volte una gioia così grande
giuro che la gioia esiste e io la sento
e giuro che non mi lascerò intristire
da nessun piagnucoloso profeta
da nessun artista che mercanteggia
col dolore, da nessun dotto avaro
da nessuno che scorazza nel sangue e me lo spiega
da nessun imbonitore con sue parole soffocanti.
Giuro che io salverò la delicatezza mia
la delicatezza del poco e del niente
del poco poco, salverò il poco e il niente
il colore sfumato, l’ombra piccola
l’impercettibile che viene alla luce
il seme dentro il seme, il niente dentro
quel seme. Perché da quel niente
nasce ogni frutto. Da quel niente
tutto viene."
Mariangela Gualtieri
[a Peter Pan, e al suo volo più difficile]
" Smetti ti prego, così mi uccidi". L'ho pensato, non l'ho detto.
Eppure quando annoiato ha smesso davvero, il male è stato ancora più grande. Tanto che non ho potuto trattenere una lacrima. E lui cosa credete abbia fatto? Leggero leggero, come solo i bambini sanno essere, ci si è lavato le mani e se n'è andato via. E gli unici colori che mi sono rimasti, sono quelli che mi ha lasciato addosso.
Come troverò il coraggio di pulire tutto?
Ma non fa niente. Per molto tempo io e lui saremo bambini assieme. Se cadrà da un albero conterò le sue due lacrime e se andrà nell'angolo, sarà in un angolo di me.
Nel mio cuore stanco combattono l'amore e l'odio, ma, credo, vince l'amore. Odierò, se potrò; se no, amerò mio malgrado: neanche il toro ama il giogo, eppure sopporta ciò che odia. Odio la tua perfidia, ma amo la tua bellezza. Detesto la perversità dei tuoi costumi, ma desidero il tuo corpo. Così non posso vivere nè senza di te nè con te e mi sembra di non sapere più nemmeno io che cosa voglio veramente. Forse vorrei che tu fossi o meno bella o meno perfida: tanta bellezza non si addice a costumi così corrotti. Il tuo comportamento, di fatto, merita l'odio, ma il tuo viso strappa l'amore. Purtroppo quale che tu sia, tu sarai sempre il mio amore: scegli solo se vuoi che anch'io voglia amarti o se devo amarti per forza.
(Publio Ovidio Nasone)
E' questo il motivo per cui non ti ho ancora dimenticato.
Succede a te come succede a me (a tutti?).
Da chi vorremmo amore riceviamo indifferenza, da chi vogliamo indifferenza riceviamo amore.
E’ un gioco di specchi, una trappola dove il vero nemico ci appare cosi tante volte davanti amore mio! Eppure non siamo capaci di vederlo perché la nostra mente è cosi facile da ingannare. E’ impegnata a trovare il modo per uscire da quel labirinto quando,semplicemente risolvendo l’enigma, gli specchi si frantumerebbero al suolo ad uno ad uno, mostrando lo scenario che nascondono. Ti aiuto: Ovunque ti giri ci sei tu, la tua immagine riflessa. Te stesso. Sei tu il tuo nemico. Te lo dico sussurrandotelo all’orecchio, perche non voglio spaventarti. Sai benissimo che avresti dovuto comportarti diversamente, me l’hai detto anche tu: “avrei dovuto farlo anni fa”.
Fare cosa? Un riflesso di te stesso ti sta ingannando ora, attento: Tu non hai fatto ancora niente. Credi che sia cambiato qualcosa ma non è cambiato ancora niente. Sei ancora vittima della marea. Decidi. La corrente ti ha portato via,la direzione era quella che volevi, ma è troppo forte e hai rischiato di annegare perché hai temporeggiato… ora nuota. Usa questa onda che ti ha travolto, sfrutta la sua spinta. Voglio aiutarti a rompere un'altra immagine di te stesso che ti impedisce di andare oltre: tu non sei responsabile di quello che stò vivendo ora. E' vero, in passato ti ho maledetto per avere tradito il sentimento che provavo per te. Ma ho capito che l’angelo che amavo era un MIO riflesso. Un pezzo del MIO labirinto..
Si, anche io sono intrappolato, ma i nostri percorsi non si incontrano, tranquillo. I nostri labirinti sono in due mondi diversi e lo scenario che ci aspetta, se mai riusciremo a infrangere tutti gli specchi, sarà diverso e spero bello per entrambi.
Che probabilmente, come dicevi sempre, io sia stata la persona che ti ha amato di più è possibile. Ma ho scoperto, proprio ieri notte riflettendo, che questo che mi trovo davanti oggi, sei davvero tu. Che la verità dei tuoi sentimenti nei miei confronti, che mi nascondevi e forse ti nascondevi, è questa. La persona che dice ora “quelli non esistono piu” quando tiro fuori i “vecchi tempi”, sei davvero tu.
LUI era li con me in quei “vecchi tempi”, in quei giorni a cui mi scopro ancora impigliato.
Ma io non lo vedevo. Io vedevo solo un immagine in un labirinto di specchi.
E mi innamoravo.
Questa immagine mi da i brividi, continuo a scambiare il te di oggi, con il te di allora. Le scene sono le stesse, le parole i gesti. Ma le luci cambiano e io vedo le ombre, le sfumature…
Con questo non mi rimangio niente dei fiumi di parole che ti ho scritto e detto. Da quelle orribili quando ero indignato, offeso e ferito, a quelle che vorrebbero metterti in salvo nel mio e nel tuo stesso cuore, che vogliono farti capire quanto tu valga e quanto bene cmq ti voglio, perche siamo stati comunque amanti, c’è stata una comunione, un alchimia che non potrei ne voglio mai negare. Chiunque fosse quell’uomo che ho amato, chiunque fossi io in nel giorni in cui ti ho amato,
Io ti ho amato.
Questo il tesoro/segreto che mi porti via quando dici, leggero leggero: “ quelli non esistono piu”.
Ho gioito della tua semplice presenza, del tuo odore, degli abbracci che mi rapivano da una realtà che ancora mi perseguita. Rubavo fingendo di non capire la crudeltà di quei gesti. Verso noi stessi e forse, come la buona morale vuole ricordarci, verso la tua famiglia.
Impariamo a tacere angelo mio. Lasciamo che la nostra mente, quieta, ascolti e impari. Voglio condividere con te questa frase, me ne approprio per un attimo, diventono parole mie che sento, e che rivolgo all’uomo che ho davanti:
Non dovrebbe esserci bisogno di dirtelo ma ti conosco, sei incorreggibile :), quindi è meglio farlo: quel posto in te c’è, l’ho intravisto. C’è tanta luce, tanto calore che nemmeno la bellezza del tuo sorriso (e sai quanto io lo ami) riesce a trasmettere.
Mi conosci, un cane che torna da chi lo ha bastonato mi fa un baffo.
Sarei capace di rinunciare alla verità dietro lo specchio, per restare a fissare quel immagine che mi parla di te.
Per rivivere coscientemente l’illusione che tu mi ami ancora, … che tu m’abbia amato o meno, che importanza ha?. Una lacrima vuole tradirmi ma io non glie lo permetto.
Rinasciamo.
No tranquillo, non è una proposta/minaccia.
Rinasciamo ognun per se. Due bambini che non hanno peccato. Ti chiederai cos’è quel filo rosso, me lo chiederò anche io. Con un gesto leggero lo strattoneremo e capiremo che dall’altra parte qualcosa c’è. Ma avremo la freschezza e la franchezza di dirci il piu felice degli addii, quello legato ad un nuovo inizio, e in piedi voltarci le spalle sarà semplice e non doloroso. Perche non dovremo dimostrarci nulla.
Il mare di Amalfi ci avrà visto amanti, a lui affido il ricordo. Sopravvivrà a tutto, questo mi basta. Sciolgo il mio nodo.
Un aeroporto ci ha visto piangere per l’ultimo addio, a lui affido quella suggestiva illusione. Tu sciogli il tuo. Era la penultima canzone, questa è l’utlima. Dici di no? Io lo spero.
Ti chiamo amore mio, per l’ultima volta. Scusa se lo faccio, so che ti infastidisce. Ma la uso ancora un po questa parola, come con un oggetto che ti è caro, e che stai per riporre per tanto tempo.
“Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scedere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti.”
Un istante ancora amore mio…
Aprirò gli occhi e tutto ciò che mi aspetto di trovare, sono solo vetri rotti.
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